A causare la degenerazione chiamata Alzheimer potrebbe essere un insufficiente apporto di ossigeno al cervello: questa è la conclusione a cui sono giunti ricercatori della Lancaster University, Regno Unito.
Lo studio, condotto dai britannici in collaborazione con il Centro medico dell’Università di Lubiana in Slovenia, pubblicato su Brain Communications, ipotizza che fra i fattori chiave della degenerazione vi siano proprio i cambiamenti nelle dinamiche di ossigenazione cerebrale.
Il cervello è uno degli organi più energivori del nostro sistema: prende più o meno il 20% della ATP, il carburante creato dalle cellule per garantirci la vita. Per essere ossigenato necessita di una attività vascolare corretta.
La NVU: neuroni e vasi lavorano insieme
Sistema vascolare e cervello lavorano insieme. Alcune cellule cerebrali, chiamate astrociti, hanno proprio il compito di connettere i vasi ai neuroni, creando quell’insieme che è definito Unità NeuroVascolare.
Per comprenderne il funzionamento, i ricercatori hanno utilizzato sonde elettriche e ottiche posizionate sul cuoio capelluto, rilevando la frequenza cardiaca, registrando al pari la respirazione per mezzo di una cintura avvolta intorno al torace.
La misurazione simultanea dell’ossigenazione del sangue, dell’attività elettrica cerebrale, della respirazione e dell’attività elettrica del cuore ha permesso ai ricercatori di rilevare ritmi fisiologici e eventuali imperfezioni del ritmo.
Per valutare la NVU, ed in particolare la forza (potenza) e il coordinamento (coerenza di fase)di questi ritmi, i ricercatori hanno utilizzato specifici algoritmi matematici, potendo così rilevare che la frequenza respiratoria media era di circa 13 respiri al minuto per il gruppo di controllo e di circa 17 respiri al minuto per il gruppo Alzheimer in cui era superiore anche la frequenza a riposo.
Alzheimer e ossigeno: l’ipossia come base di patologia generale
Domandarsi se anche nel caso della degenerazione di Alzheimer la causa possa essere infiammatoria -e in particolare legata all’assenza di ossigeno- è tutt’altro che peregrino.
Numerosi studi lo hanno postulato. Ad esempio uno studio pubblicato nel 2019 su Neuropsychiatric Disease Treatment, dove si spiega che la presenza di placche amiloidi e di grovigli neurofibrillari nel cervello dei pazienti affetti dalla patologia, di pari passo con studi genetici, hanno portato a identificare nell’accumulo della proteina amiloide-β l’innesco patologico iniziale della malattia.
Non casualmente, studi associativi hanno mostrato di recente che l’ipossia cerebrale -ovvero la mancanza di ossigeno, creata da meccanismi genetici ed epigenetici- aumenta il deposito amiloide, alterando i livelli espressivi degli enzimi coinvolti nella produzione/degradazione della proteina.
La mancanza di ossigeno è inoltre spesso associata alla neuroinfiammazione. Lo studio rileva le similarità fra il cervello ipossico e quello affetto da Alzheimer in termini di sostanze che modulano l’ambiente infiammatorio e le cellule immunitarie che guidano alla formazione di queste sostanze.
Neuroinfiammazione e stress ossidativo
Se solo si apre Pubmed, sono molti gli studi che affermano in modo deciso una correlazione fra assenza di sufficiente ossigeno e patologia di Alzheimer. Un altro, pubblicato nel 2018, parla di “evidenze crescenti del fatto che l’ipossia cronica possa determinare molti aspetti, quali, disfunzione sinaptica e mitocondriale, stress ossidativo, neuroinfiammazione, fattori che insieme concorrono alla degenerazione cerebrale.
Perciò risulta opportuno chiedersi se il problema della mancanza di ossigeno non possa essere affrontato in via preventiva.
L’ipossia porta a sofferenza cellulare perché la vita stessa della cellula sana dipende dall’adeguato apporto di ossigeno, carburante essenziale del metabolismo energetico. Lo stato di salute è equilibrio ed anche qui il tentativo dell’organismo è quello di gestire le scorie dell’attività metabolica (i ROS, Specie reattive dell’ossigeno) grazie all’attività degli antiossidanti, evitando che si arrivi a quel pericoloso scompenso definito stress ossidativo.
L’ipossia è alla radice di stanchezza, debolezza, invecchiamento precoce e malattie, debolezza immunitaria.
Mancanza di ossigeno: un pericolo non solo per l’Alzheimer
Tutte le nostre funzioni vitali assorbimento, digestione, assimilazione, secrezione, escrezione, riproduzione- traggono energia da reazioni di ossidazione. Così noi utilizziamo gli elementi nutrizionali (vitamine, minerali, oligoelementi) presenti nel cibo che ingeriamo ed eliminiamo le scorie.
L’ossigeno è indispensabile per dar vita a delle reazioni chimiche del nostro corpo.
Gli scienziati hanno scoperto che il nostro organismo dispone di veri e propri sensori molecolari, in grado di percepire la presenza e i livelli di questo elemento, al fine di garantircene la disponibilità nelle più svariate condizioni metaboliche.
Integrare ossigeno: perché è pericoloso quando è scarso o eccessivo
Integrare ossigeno è a tutti gli effetti una via efficiente per mantenere la salute: ma come farlo? E quanto prenderne?
Quando la pressione parziale di ossigeno (una misura della concentrazione del gas) scende, nel sangue arterioso, al di sotto del valore soglia di 60 mm Hg, i tessuti vanno incontro ad una condizione definita “ipossia”. Perché si verifica? Le ragioni sono tante.
Ci può essere una riduzione dell’ossigeno disponibile nell’aria inspirata (ipossia ipossica), oppure un rallentamento della velocità di circolazione che porta a un aumento dell’estrazione del gas da parte dei tessuti (ipossia stagnante). Altresì, può ridursi la quantità totale di emoglobina circolante funzionalmente attiva (ipossia anemica) o, infine, può esserci un blocco della fosforilazione ossidativa (ipossia istotossica).
Qualunque sia la causa, l’ipossia si accompagna ad uno stato di sofferenza tissutale, spesso subdolo, in quanto difficilmente riconoscibile. Segni di mancanza di ossigeno sono astenia, cefalea, mancanza di concentrazione, etc..
Infatti, solo quando la ridotta disponibilità di ossigeno diviene cronica, essa dà segni in qualche modo patognomonici come pallore, fragilità ungueale, crescita stentata dei capelli etc.
Come abbiamo visto, patologie gravi come l’Alzheimer possono essere legate alla mancanza di ossigeno nel cervello. Esiste una via preventiva?
Integrare ossigeno si può: esattamente nella dose che serve
In questo articolo abbiamo parlato della malattia di Alzheimer e del suo potenziale nesso con la scarsità di ossigeno a livello cerebrale.
Ma l’assenza di ossigeno è alla base di qualsiasi patologia cellulare. Fino alla metà degli anni ‘50 si riteneva che l’ipossia fosse l’unico evento indesiderato in qualche modo riconducile ad un alterato “metabolismo” dell’ossigeno. In realtà, studi relativamente recenti hanno dimostrato che anche l’aumento della disponibilità dell’elemento – iperossia – può essere pericoloso, in quanto fa aumentare la probabilità di generare in maniera incontrollata specie chimiche altamente reattive, quali il radicale idrossile ed il perossido di idrogeno, di cui è ampiamente noto il potenziale istolesivo.
E’ ancora più recente la dimostrazione che fluttuazioni della pressione parziale di ossigeno – ossia abbassamenti del livello del gas nei tessuti seguiti da altrettanti innalzamenti – possono risultare pericolose almeno quanto l’ipossia o l’iperossia.
CELLFOOD®: la modulazione fisiologica dell’ossigeno on demand
Integrare ossigeno e mantenere le cellule sane è un’ottima forma di prevenzione patologica, non solo per la malattia di Alzheimer.
Nella sua tipica formulazione in gocce, CELLFOOD® è un sistema colloidale in fase disperdente acquosa, la cui fase polidispersa è costituita da
solfato di deuterio (D2SO4) e da una miscela complessa di 78 minerali, 17 amminoacidi e 34 enzimi in tracce.
In particolare, i minerali coprono quasi l’intera tavola periodica, mentre tra i 17 amminoacidi sono compresi tutti quelli essenziali sia per l’adulto (isoleucina, lisina, metionina, fenilalanina, treonina, triptofano e valina) che per il bambino (arginina ed istidina). Gli enzimi costituiscono un elemento peculiare della formulazione: alcuni di essi svolgono attività idrolitica, altri ossido-reduttasica.
Esperimenti in vitro hanno dimostrato che CELLFOOD® disciolto in acqua alla dose comunemente impiegata come integratore, è in grado di aumentare la disponibilità di ossigeno molecolare (da 1.9 a 3.0 mg/mL dopo 60 minuti). Ciò candida il prodotto – verosimilmente attraverso un meccanismo peculiare, distinto da quelli convenzionali (ossigeno-terapia, emotrasfusioni, etc.) – ad un possibile impiego clinico nelle condizioni di ipossia. D’altra parte, studi in vivo, condotti su obesi, fumatori ed atleti – soggetti tutti ad elevato rischio di stress ossidativo – hanno evidenziato che l’assunzione regolare di CELLFOOD® si associa ad una riduzione dei livelli sierici di idroperossidi, marcatori ed amplificatori del danno cellulare, misurati attraverso il d-ROMs test®
